URBINO e le sfide della CITTA’-CAMPUS

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URBINO E LE SFIDE DELLA CITTA CAMPUS

Appunti sul libro “Urbino e le sfide della città-Campus”

A cura di Guido Maggioni (FrancoAngeli editore)

 

1 Nel libro ( che è molto utile e andrebbe apertamente discusso in diversi luoghi e occasioni) si dice “l’Università contribuisce attivamente allo sviluppo della vita urbana”. Questa affermazione è vera? Qual è il luogo dove si discute della verità o meno di questa affermazione. Dov’è il dibattito in città sul ruolo della Università nel contesto cittadino e territoriale, e di contro, dove in Università si discute della città che la ospita? Forse è un dibattito fra  piccoli gruppi di eletti, in luoghi riservati perché non si ha notizia di luoghi aperti di confronto, di luoghi di discussione fra chi detiene potere nella Università, le Istituzioni democratiche, i sindacati, gli studenti, i professori.

Che io abbia memoria l’ultima occasione in cui questo dibattito nella città si è percepito in modo significativo è stato quando si lavorò per la sua statizzazione, ed anche io lavorai per questo. Allora era in discussione la sopravvivenza stessa della Università e allora nella città si percepiva preoccupazione e allarme. Ma passata la paura ognuno è come se si fosse ritirato dentro i suoi interessi per lo più economici.

Un ultima discussione di un certo rilievo si è avuta relativamente  alla riforma degli ERSU, cosa rilevantissima ovviamente, in gioco c’è lo strumento che deve garantire il diritto allo studio,  ma non corrispondente pienamente al profilo strategico che una discussione su Università e città deve avere.

La questione sta nei numeri 14.927 abitanti a fronte di 13.208 studenti.

E’ del tutto evidente che se non si affrontano questi numeri per la qualità che essi esprimono in termini di relazione fra le due entità, la convivenza e anche il conflitto fra le due città è destinato ad essere qualcosa che si radica invece di essere virtuosamente superata.

Le “due città” sembrano allontanarsi sempre di più, soprattutto se teniamo ben presente che “la città degli urbinati” tende inesorabilmente ad invecchiare e “la città degli studenti” vive tutte le sue contraddizioni giovanili in modo aperto per i vicoli e le piazze della città.

2  A me interessa partire dalle valutazioni che fanno gli studenti e che sono riportate nel libro relativamente a :

–     dove studiano

–    dove risiedono

–      dove si svagano e divertono

Su questi tre aspetti l’indagine mi sembra un tantino auto assolutoria. Se ci sono problemi essi sono della città e si parla di viabilità, parcheggi, costo degli alloggi, assenza di spazi di aggregazione alternativi alla piazza. Oppure sono degli studenti e si fa sempre l’esempio dell’ormai famoso “giovedi sera”.

Le cose non stanno esattamente così. Fra le righe si percepiscono problemi relativi alla didattica, alla gestione degli esami, alle biblioteche, alla scarsa mobilità internazionale.

Ma ciò che mi ha più impressionato è la totale assenza di un riferimento al punto di vista dei docenti. O meglio al ruolo che i docenti dovrebbero avere fra ciò che la città vive e ciò che vivono gli studenti. Perché i professori sono intellettuali sicuramente capaci di porsi in ascolto di questa nemmeno tanto latente conflittualità fra le “due città” e possono (devono!) svolgere un lavoro di elaborazione, di sintesi di questioni oggettivamente complesse e aiutare, usando il loro potere di persuasione,  sia gli studenti che la città a fare un passo avanti verso una più matura integrazione.

Sbaglio o una “città campus” dovrebbe ereditare proprio dalla esperienza dei campus questa presenza forte dei docenti anche relativamente alla vita quotidiana in cui si colloca l’esperienza formativa? Invece dalla indagine non si percepisce la presenza in città di un corpo docente, situazione più consona a tante  piccole università dove la presenza del docente è saltuaria e superficiale rispetto alla realtà cittadina.

Dove  il 59% degli studenti viene da fuori provincia e da fuori regione e dove giustamente si punta ad una sempre maggiore residenzialità degli stessi questo dato non è un piccolo problema.

3 La situazione che è oggetto di questo incontro non è una situazione originale di Urbino. In tutte le città sede di università si registrano queste tensioni fra le “due città”. Ovviamente la cosa diventa molto più impattante e difficile da gestire laddove il numero degli studenti è percentualmente alto rispetto al numero dei residenti. Ho provato a sentire ad esempio l’organizzazione giovanile nazionale del PD per chiedere se loro avessero elaborato analisi e proposte, dal punto di vista dei giovani, per affrontare queste diffuse realtà. Purtroppo di proposte da parte loro non ve ne sono. Anche sul piano locale mi pare che stiamo alla semplice registrazione del fenomeno senza che proposte operative serie siano venute avanti.

4 Un pò per deformazione professionale, tendo a mettermi sempre dal punto di vista dei sindaci, di chi ha la responsabilità amministrativa della città e vedo che tendono ordinariamente a ricorrere al loro potere di ordinanza per manifestare  una parvenza di intervento, di azione attiva per fronteggiare le punte più evidenti dell’iceberg. Ma proprio perché mi pongo dal loro punto di vista credo di poter dire che sono misure del tutto inefficaci e consolatorie.

Dal punto di vista dei sindaci il tema dovrebbe essere innalzato a questione nazionale.

  1. Mancano misure di sostegno alla spesa corrente di città che ospitano università. E non mi riferisco alle grandi città “metropolitane” verso le quali sono indirizzate molte misure di vantaggio, ma alle piccole e medie città italiane sedi spesso di università con un numero di studenti tale da cambiare i connotati delle città stesse. Urbino ha una spesa corrente rapportata ad un comune di 15000 abitanti mentre di fatto è un comune che avrebbe bisogno di una spesa corrente per una città di 30000 abitanti, per finanziare cultura, biblioteche, luoghi di aggregazione, personale dedicato alla accoglienza, operatori sociali e della sicurezza.
  2. Non vi sono misure specifiche per gli investimenti, penso ai parcheggi, al restauro di spazi pubblici da mettere a disposizione degli studenti, ecc.

Ecco quindi una prima proposta: Una rete nazionale di città piccole e medie sedi di università per fare pressione sui governi centrale e regionale al fine di ottenere queste speciali attenzioni. Il fatto che i sindaci si sentano per tante questioni , gli ospedali in primis, e non per queste ragioni denota una sottovalutazione grave del tema  e un vivere la presenza della università solo come occasione economica a spese delle tasche degli studenti. Questo è uno dei fattori maggiormente scatenanti un atteggiamento conflittuale dei ragazzi verso la città che li ospita.

 

Ma non tutti gli studenti la pensano nello stesso modo. Il libro offre un interessante differenza di giudizio fra gli studenti stabilmente residenti in Urbino che danno un giudizio positivo sulla città, che cercano il suo carattere docile e sonnacchioso, che interagiscono con le sue bellezze architettoniche e paesaggistiche, che apprezzano l’ospitalità che la città offre, questi sono i più critici verso le punte estreme della movida del giovedì sera; e gli studenti che hanno un rapporto pendolare con la città e vi soggiornano qualche giorno solo in occasione degli esami o quando devono sbrigare complesse pratiche burocratiche. Da questi  emerge invece  una ostilità verso la città, una maggiore critica verso le ordinanze del sindaco e un giudizio sostanzialmente non positivo sulla accoglienza che la città offre loro.

Muovendo da questa differenza faccio mie le proposte conclusive di Bazzoli, ovvero lavorare su:

  • forme di partecipazione
  • investire sugli stimoli culturali, su una maggiore vivacità culturale
  • misure per la mobilità degli studenti verso e da Urbino (credo ad esempio che la società dei parcheggi s non lo fa già può senz’altro assicurare tariffe speciali per gli studenti pendolari)
  • Incentivare la residenzialità ( tema che può unificare gli interessi di studenti e cittadini)

E’ proprio su questo quarto punto che mi preme insistere.  Già oggi la crisi non solo ha prodotto un calo del numero degli studenti, ma anche ridotto (purtroppo) il numero degli studenti lavoratori e dei pendolari. Insomma chi decide di fare l’università a Urbino è motivato e vuole concentrarsi sugli studi per giungere presto alla laurea. Bisogna trarre tutto il buono che può venire da questa tendenza. Il che significa politiche della casa ma non solo.

Secondo me a Urbino come in altre città che si trovano in una situazione analoga è tempo di fare il salto, passando da una offerta di residenzialità ad una offerta di piena cittadinanza.

Lo strumento che io intravedo è il diritto per lo studente residente di scegliere fra l’esercitare il suo diritto di voto alle elezioni amministrative nella sua città di provenienza o a Urbino. Mi pare una proposta importante, responsabilizzante sia per gli studenti che per la città, che supera l’asfittica esperienza del consigliere aggiunto ( che come abbiamo sentito assurdamente non ha neppure il diritto di formulare interrogazioni al sindaco o presentare mozioni!!!). Una proposta di questo genere se attuata può innescare un cambiamento radicale nella relazione fra le “due città” e applicare un principio squisitamente liberale “no taxation without representation”.

Una considerazione la merita anche la questione del Collegi progettati da De Carlo e vanto della Università di Urbino, tanto che l’idea della città campus scaturisce non solo dalla simbiosi fisica fra città e università ma anche dalla straordinaria offerta di residenzialità che Urbino offre grazie ai Collegi.

Gli studenti che vi risiedono si avvertono come un comunità piuttosto distaccata dal centro della città e hanno maturato un punto di vista piuttosto critico verso Urbino e la sua amministrazione.

Ma quello che mi colpisce leggendo il libro è la sostanziale riduzione dei Collegi a dormitorio, il fatto che gli spazi pensati da De Carlo come luoghi di socializzazione sono di fatto off limits. E di nuovo mi pongo la domanda. Dove conduce un atteggiamento che considera la realtà studentesca una soggettività da cui difendersi? Non è forse il caso di puntare sulla Autonomia? Eleggere una sorta di comitato di gestione dei Collegi composto dagli studenti, assegnare loro risorse finanziarie per l’attività di animazione e culturale, fare in modo che i docenti ( torno ad un punto trattato in precedenza) condividano gli stessi spazi.

Ho dunque cercato di entrare nel merito delle questioni poste dal libro, ho cercato di non limitarmi a raccontarvi ciò che c’è scritto e del resto non è questo che Guido Bernardi che mi ha coinvolto, con mia grande sorpresa.

In definitiva io credo che ci siano elementi per far decollare un dibattito di profilo strategico sul rapporto fra le “due città” e questo può condurre alla elaborazione di un vero e proprio “Piano strategico Urbino 2025” costruito con la partecipazione di tutti gli attori interessati e consapevoli della rilevanza della partita che si gioca ogni giorno ad Urbino per tutto il nostro territorio. Le conclusioni di questo piano dovranno essere assunte parimenti dal Consiglio Comunale, dagli organi universitari e dalla comunità degli studenti. Solo così mi pare possiamo tentare di reagire ad una sorta di deriva e collocare anche i coflitti attuali all’interno di una corretta dimensione.

Urbino settembre 2017

 

 

 

 

 

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